mercoledì 16 dicembre 2015

Vitigni e Territori

Fin dall’antichità, l’apprezzamento dell’origine dei prodotti agricoli, ha costituito un valore importante e necessario. Il vino con i suoi vitigni è certamente quello che ha saputo mantenere di più questi legami storici con gli ambienti di coltivazione, riuscendo ad incrementare ancora di più queste valenze agro-economiche. Diverse regioni europee costituiscono l’esempio vivente di queste preziose realizzazioni colturali e culturali che hanno saputo trarre il massimo beneficio nel coniugare la storicità dei loro vitigni con il saper fare nei territori di coltivazione.
L’Italia costituisce uno degli esempi più antichi di coltivazione dell’uva e di ‘denominazioni’ di luoghi di coltivazione come ad esempio il nome Vinum Falernum ne è la dimostrazione più importante: ““i veri intenditori di Falerno erano in grado di distinguerne ben tre varietà: la più rinomata era il Faustianum, prodotto sulla media collina corrispondente agli attuali territori collinari del comune di Falciano del Massico e Casanova di Carinola; quello di alta collina, il Caucinum nel territorio corrispondente alla collina di Casale di Carinola; mentre il vino di pianura aveva l’appellativo generico di Falerno (Plin., N.H., XIV 6)””.
Nei secoli successivi si assiste a cambiamenti epocali duranti i quali soprattutto le signorie e i religiosi riescono a conservare e consolidare la relazione tra vitigni e ambienti: si ricordano Tokaji (la ‘prima’ denominazione di territorio), Bourgogne, Bordeaux, quali riferimenti fondamentali per la conoscenza e l’economia del vino.
In Italia, storia antica ma sviluppo recente dell’economia del vino, si assiste nel tempo ad una spiccata regionalizzazione, si utilizza un vasto patrimonio di vitigni e con varia gradualità, si costituiscono denominazioni dell’origine dei vini.
Ma l’aspetto più evidente ed un poco paradossale, è aver assistito all’introduzione di vitigni che hanno fatto la storia di altri territori, soprattutto francesi, e dei quali si è incoraggiata la coltivazione un poco ovunque. Invece di impegnarsi con le centinaia di vitigni anticamente coltivati, si è preferito diventare ‘servitori’ di altre enologie, di altri gusti, di altre culture. Nella convinzione che l’argomento sia importante, non ho dubbi nell’affermare che, coltivare vitigni non italici, sia anche una grave perdita di valori, non solo economici. La più consolidata e matura Francia ci dimostra l’importanza strategica ed assoluta del patrimonio “vitigni francesi” che hanno nel tempo anche colonizzato differenti regioni mondiali, con la non trascurabile conseguenza di una generalizzata uniformità dei gusti che vengono proposti sul mercato, e verso i quali il consumatore vorrebbe affrancarsi.
Ritengo che sia maturato il tempo per rivalutare la nostra piattaforma ampelografica, apprezzarne la sua variabilità, originalità e potenzialità; molti hanno già capito che il vitigno italico costituisce la vera forza del nostro vino, della sua economia e di quella dei suoi territori di coltivazione. Pensiamo alle grandi popolazioni di Aglianici, Barbera, Cannonau, Corvine, Garganeghe, Lambruschi, Malvasie, Montepulciani, Moscati, Nebbioli, Neri d’Avola, Refoschi, Sangiovesi,Trebbiani, Vermentini e la miriade di vitigni ‘minori’ solo per estensione colturale ma non certo per autentica risorsa.
Un patrimonio culturale che forse solo l’Italia può vantare, grazie alla sua storia regionale cosi importante e radicata: anche per questo occorre ripensare ai valori storicamente vicini a noi. Infatti, l’Italia esprime una variabilità ambientale e climatica eccezionale che nessun altro luogo al mondo può vantare. Possiamo passare dai luoghi alpini più al limite della possibilità colturale della vigna, fino alle zone meridionali e marine che consentono la coltivazione di vitigni tra i più tardivi e complessi al mondo.
Vigneti nelle Cinque Terre (costa ligure, Italia)
Tra questi due estremi esistono, sempre a latitudini diverse, ambienti collinari, areali variamente pianeggianti, costieri con affacci su diversi mari, dall’Adriatico, allo Jonio, al Tirreno, oltre che originalissime realtà insulari.
Vigneti di Picotender: biotipo di Nebbioli ad Arnaz (AO)
Con questa situazione, bisogna tuttavia constatare come una parte della nostra viticoltura sia collocata anche fuori posto. Situazioni con vitigni a maturazioni “sbagliate”, come l’eccessiva precocità si affiancano ad altre che non consentono la normale e regolare maturazione che ogni varietà di uva richiederebbe. Ad esempio, le vendemmie dei vitigni precoci (Chardonnay, Pinot Nero, Sauvignon), che giungono in periodo ancora estivo e che vengono anche enfatizzate da una comunicazione inopportuna. E poi grandi vitigni come i Sangiovesi che sono coltivati un poco ovunque, mentre è ben conosciuta la loro vocazione collinare e di ambienti poveri come dotazione di terreni. Questi piccoli esempi ci conducono a riflettere sulla necessità di interventi agronomici e soprattutto fitoiatrici impegnativi ma proprio a motivo di collocazione spaziale dei vigneti inadeguata. Inoltre si rendono necessari degli interventi in cantina al fine di correggere, modificare, integrare, quanto non siamo stati capaci di conseguire nel vigneto.
Grappolo di Procanico: biotipo di Trebbiani
Non posso non fare accenno al lavoro della genetica molecolare che promette risultati straordinari a cominciare dal rapporto con le patologie spingendo qualche sprovveduto a pensare a ‘biologie senza malattie’. La bellezza del creato, anche nei vitigni, ci deve ricondurre a ripensare ogni nostra azione nell’opportunità di una sua valorizzazione a lungo termine. Non da ultimo giova ricordare come non pochi produttori lamentano dei possibili cambiamenti climatici attraverso la ‘lettura’ nei vini: ritengo sarebbe opportuno essere più prudenti e saper ancora meglio interpretare il proprio territorio e considerare quanto abbiamo fatto di recente per modificarlo talvolta anche tanto.
Sono convinto che la nostra storia del vino non mancherà di continuare nella sua disordinata corsa verso un profitto immediato, investimenti verso speculazioni e non nel valorizzare i patrimoni; ma sono altrettanto convinto che ci siano le condizioni affinché sempre più consumatori alla ricerca di autenticità e produttori lungimiranti potranno incontrarsi per scrivere nuove pagine del vino e della viticoltura italiana con più solidità, originalità e in ultima analisi, più futuro.

1 commento:

  1. Sante parole ! modificando ,addirittura, i disciplinari di storiche doc, togliendo i tradizionali , nonché caratteristici, vitigni autoctoni, per aggiungere vitigni internazionali

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